Si conclude il ciclo di lezioni aperte del corso di Didattica per la Multimedialità del III anno, con un progetto espositivo dedicato alla figura di Trinh T. Minh-ha.
L’allestimento trasforma l’Aula 3H in un dispositivo aperto e immersivo, in cui vi invitiamo a non voler trovare un senso tradizionale, ma a sostare e abitare il vuoto; ad accettare l’interferenza come forma di onestà intellettuale distante dalla costruzione registica e a riconoscere, nel frammento, la sola forma possibile di narrazione etica.
11 Febbraio 2026 Aula 3H, Accademia Ligustica di Belle Arti
dalle 14.00 alle 17.30
Progetto a cura deglɜ studentɜ del corso di Didattica per la Multimedialità:
Ramona Comito, Mattia De Nitto, Giulia Famà, Giorgia Losno, Gabriele Manciola, Uliana Mushi, Gaia Torti, Nathan Tumbaco. Coordinato dalla prof.ssa Simona Barbera all’interno del corso di Didattica per la Multimedialità.
TRINH T. MINH-HA
L’ESTETICA DEL FRAMMENTO E LA POLITICA DELL’ASCOLTO AFFIANCATO
Trinh T. Minh-ha (Hanoi, 1952) è una regista, teorica e compositrice vietnamita naturalizzata statunitense, figura di riferimento del pensiero post-coloniale e femminista. I suoi metodi non sono politici, ma politicizzano le questioni con una voce unica nel panorama internazionale. La sua opera è un’architettura di frammenti e scomposizioni che pone la centralità dell’Altrɜ andando oltre il discorso autoriale. La sua esigenza di “parlare accanto” (speaking nearby) sottrae le identità all’oggettivazione, puntando a decostruire la logica del potere nella rappresentazione visiva. Rifiuta fortemente le grandi narrazioni, anche a livello linguistico, e prende le distanze dall’idea stretta di “identità culturale”, grazie alla sua esperienza di multidimensionalità geografica. In Francia ha studiato Antropologia ed Etnologia, materie che permeano la sua ricerca artistica, volta a raccontare una pluralità stratificata che connota ogni persona al di là della cultura di nascita. In Trinh T. Minh-ha l’intervallo diventa spazio di resistenza, sfida la fluidità rassicurante del cinema tradizionale proponendo vuoti come spazi in cui le persone possono esistere al di là dello sguardo del regista. L’interferenza sonora incontra silenzi che diventano risonanze volte a interrogare lo spettatore e invitarlo a una partecipazione attiva durante la visione. Non tutto deve essere spiegato: i vuoti creano un’opacità di senso che protegge l’Altrɜ e la sua agency, ovvero la formazione del pensiero di una persona che non può essere mai definita esternamente da terzi, ma richiede una distanza delicata che si declina circondando la persona attraverso una narrazione affiancata.
La sua macchina da presa non interroga, non è documentaristica.
La sua macchina da presa attende.
Sosta nei vuoti, sulle soglie.
Nell’attesa l’Altrɜ può emergere sostenuto anche dalle esitazioni della voce, dalle interferenze del reale.
La sua opera non vuole catturare la realtà, ma si propone di farsi attraversare dalla realtà stessa attraverso le sue imperfezioni e i suoi vuoti.

